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Racconti / Short Stories

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IL SOMMERGIBILE

Marco aveva sei anni e aveva già rovinato quattro armadi. Con forza inaspettata per la sua tenera età, rovesciava l'armadio e lo faceva cadere sempre sul lato giusto. Poi apriva la portiera, svuotava l'armadio dal suo contenuto, e ci entrava come se fosse un sommergibile. Le cose purtroppo non andarono come previsto; dopo aver battuto il record di profondità, il sommergibile rimase intrappolato negli abissi dell'oceano, e Marco non riuscì più a farlo riemergere. Fu la volta che morì affogato.



IL CORPO SULLA SPIAGGIA (NATURA MORTA)

Una formica correva nervosa sulla spalla nuda della donna morta; la formica scese giù per la schiena, poi salì veloce su per il collo e sparì sotto i capelli. Un cane si avvicinò di qualche centimetro e annusò la pelle bianca della donna; fu un attimo veloce, poi indietreggiò e piegò le zampe posteriori. Faceva caldo.

Il vento soffiava sul folto pelame e i granelli di sabbia gli entravano nelle pupille rotonde. Rimase così per un po', ansimando, con il muso alzato fissando il mare. La sua lingua andava su e giù. Vide allora un mostro marino che saliva dal mare; spinto dal vento, il mostro marino se ne andava silenzioso ed innocuo, scivolando sulla superficie dell'acqua. Il cane abbaiò una volta, poi raddrizzò le zampe, allungò il muso umido, e incominciò a girare attorno alla donna. Leccò una volta il polpaccio, il tallone, poi, le dita dei piedi. Leccò ancora un ginocchio, annusò il folto pelo del sesso e il molle ventre, e le morse il seno sinistro.

La carne della donna era calda, la testa inclinata un po' all'indietro, la bocca in parte coperta dalla sabbia. Era una giovane donna, bella, con i capelli pieni di luce. L'occhio le penzolava fuori, come un corpo estraneo le copriva la guancia rosea; sembrava un grappolo d'uva marcio. Il cane si avvicinò e con un morso lo staccò.




IL PESCE NEL FIUME

Il pesce aveva abboccato. Albert liberò il mulinello e lasciò girare veloce la bobina. Era un pesce enorme. Lo sentiva. Poi il filo si afflosciò. Albert sentì una fitta al cuore. Lo aveva perso? Indietreggiò di qualche passo. Forse il pesce si era nascosto sotto un sasso, sì, doveva essere proprio così, l'esca si trovava ancora in bocca al pesce; non doveva fargliela sputare fuori! Albert cautamente risalì la corrente del fiume; avvolse un po' il filo e all'improvviso sentì un potente strattone. Traballò e cadde in acqua, ma continuò a tirare con tutta la forza; l'amo era ben infilzato nella bocca del pesce, sì, quella bestia era sua. Poi, il filo si afflosciò di nuovo.
— Cristo, mi sta fregando.
— Nonno, ho paura — gridò il nipotino dalla sponda.
— È un pesce enorme! lo prenderemo.
Il pesce non tirava più sul filo.
— Nonno, nonno, ritorna qui.
— Va a chiamare il papà Federico, questo pesce è così grosso che papà dovrà aiutarmi a tirarlo fuori.
Il bimbo era indeciso, ma si girò, e corse veloce verso la roulotte.
— Papà, papà, mamma, il nonno ha preso una bestia cristo!
— Ma come parli Federico?
— Il nonno, il nonno, giù al fiume!
— Calmati, Federico!
Il padre scese di fretta al fiume. La mamma raccolse Federico in braccio.
— Su tesoro mio, il nonno e grande e forte.
— Ma è caduto! Il pesce è gigante.
— Su via, nel fiume ci sono solo le trote.
— Una trota enorme.
— Le trote stanno nelle padelle; ti ricordi ieri sera? Quella era una trota.
— Sì, sì, ma quella è una trota bestia.
— Federico, dai, andiamo a vedere anche noi.
— No, no, rimaniamo qui.
— E va bene, Federico, fermiamoci qui.




VITAM EXHALARE

Uno vive, cioè: vive e basta, con una gamba, senza le gambe, monco perfetto dal cuore in su, dal cervello in giù, la vita continua, intrappolata per un po' dentro un corpo, follia prodigiosa che nessuno sa come fermare, e tu ti guardi attorno e aspetti, ideando una vincita al tavolo da gioco, ignorando i colpi ripetuti e staccati della campana, tu sul tappeto e ko, dentro gli stretti battiti del tuo cuore tiri avanti a sognare di poter strappare dall'arbusto morto del tuo giardino una vita migliore. Allora hai cominciato a ridere e lei, (lei la vita, se no, cos'altro?) ha riso, e se non è stata la vita è stata la morte, e se non è stata la morte è stata la luce del sole che penetrava attraverso un buco nel muro, mentre il pianto è stato il tuo primo grido e, come tutti, sei stato fasciato e circondato di cure, e nessun re ha cominciato a vivere in altro modo. Con questo, te ne vai, hai da fare non sapendo cosa fare, e ti affretti giù giù verso la morte, che Dio si tolga dai coglioni, e scorgi solo una faccia attraverso una finestra, forse un vecchio uomo, senz'altro una vecchia donna, più piccoli di Dio, di certo molto di meno, abbastanza da sapere che per tutti c'è solo una maniera di entrare nella vita e di lasciarla. All'esterno e all'interno le sei fuori e dentro, la vita è indivisa da spiegazione e, succede; di pietra o sabbia o seta, o lo sfiatatoio per il fumo rapido del fuoco rosso e perfetto in una fornace, la troverai in ogni tempo seduta alla porta di casa.



QUANDO PARLI CON DIO

- io odio
- va bene figliolo
- mi odi tu?
- no di certo
- odio tanto anche te!
- lo so
- non mi dici: smetti di odiare?
- sii ciò che tu sei, va bene
- non t'importa?
- ripeto, sii ciò che sei, non c'è alcun problema
- abbiamo le nostre responsabilità!
- in verità non c'è niente da risolvere
- continuerò a odiarti!
- questo tuo odio non soddisferà mai ciò che sei
- non dovrei io morire e tu punire? - che ti piaccia o no tutto è compiuto, perché continui a dubitare?
- che posso fare o dio?
- non puoi fare niente, come potresti, allora rilassati satana




SUSANNA

Susanna strisciava nella sterpaglia, i gomiti e le ginocchia a terra, sulle foglie d'autunno nel bosco vicino alla casa della nonna. "Vado a fare una passeggiata nel bosco," aveva gridato mettendosi la mantellina gialla che aveva ricevuto per il suo compleanno. "Non fare tardi," le aveva risposto la nonna dalla cucina, "la torta di mele è pronta." "Ritorno subito," e subito Susanna era uscita dalla porta che si apriva nel giardino. Aveva attraversato l'orticello, con un balzo aveva saltato il piccolo fossato, era salita su per la collina ed era entrata nel bosco. Gli stivali rossi di Susanna apparivano e sparivano sotto la mantellina gialla. Susanna era molto contenta dei suoi stivali rossi, continuava a guardarli e faceva attenzione ad ogni suo passo su per il sentiero bagnato dalla pioggia della mattina. Susanna era partita a caccia di ragni. Li scovava nel sottobosco tra le foglie e i rami marci. La cosa migliore da fare era mettersi a carponi; Susanna incominciò a strisciare nella sterpaglia sui gomiti e sulle ginocchia, a caccia di ragni. Ne scovò uno bello grasso, con gli occhietti rossi, sotto una grossa foglia gialla macchiata da tanti puntini neri. Veloce catturò il ragno con il palmo della mano destra e si mise in ginocchio per meglio osservarlo. Per non farlo scappare afferrò una zampetta tra il pollice e l'indice della mano sinistra e piano piano poté riaprire il palmo della mano destra. Il ragno non poteva più scappare, e Susanna lo sollevò tirandolo per la zampetta. Il ragno era bello pesante, con l'addome peloso su cui figurava una perfetta croce bianca. Con l'indice e il pollice della mano destra Susanna afferrò un'altra zampetta del ragno e lo tenne sospeso in aria tra le due zampette. Susanna lo fissava bene in volto, musetto di ragno, e le parve di scorgere una espressione di paura. Piano piano incominciò a tirare sulle zampette. Percepì un leggero cedimento e una zampetta si staccò dal corpo; era la zampetta che teneva ferma tra il pollice e l'indice della mano destra. La zampetta staccata continuò a muoversi un pochetto, poi Susanna la lasciò cadere. Il ragno era molto agitato, ma fu subito afferrato ad un'altra zampetta. Susanna tirò di nuovo, con più forza questa volta, e di nuovo fu la zampetta tenuta ferma tra il pollice e l'indice della mano destra che si staccò. Lasciò cadere la seconda zampetta e afferrò veloce la terza. Tirò. Questa volta si staccò la zampetta tenuta ferma tra il pollice e l'indice della mano sinistra. Lascio cadere la terza zampetta e afferrò veloce la quarta. Tirò e lasciò cadere la quarta zampetta. Afferrò, tirò, lasciò cadere la quinta zampetta, poi la sesta zampetta e poi lasciò cadere la settima. Al ragno era rimasto solo la zampetta numero otto, e questa si trovava tra il pollice e l'indice della mano sinistra di Susanna. Susanna adagiò il ragnetto sulla foglia gialla macchiata da tanti puntini neri, appoggiò leggermente l'indice della mano destra sull'addome peloso del ragno, e con un piccolo strappo staccò l'ultima zampetta. L'animaletto se ne stava fermo sulla foglia e non poteva più camminare. Susanna si dispose orizzontalmente a terra e abbassò un poco la faccia. Vide un paio di gambette molto corte che gli uscivano davanti dalla testa; sembravano piccoli baffi. Il ragnetto li muoveva febbrilmente, cercava di trascinarsi in avanti con quelli ma l'addome era troppo pesante e le gambette slittavano sulla superficie della foglia. Susanna si ricordò della torta. Si alzò, schiacciò il ragno sotto uno degli stivali rossi e corse dalla nonna.



IL CONTADINO ERNEST

Mungeva le mucche. Rimuoveva il fieno. Segava l’albero. Spaccava la legna. Tosava la lana. Potava la vite. Cucinava l’arrosto. Lavorava dalla mattina alla sera. Viveva con tre mucche, dieci galline, quattro pecore, un cane, due gatti. Ernest però si sentiva solo. Si guardò intorno.
La fattoria aveva un gran bell’aspetto. I fiori e le piante incominciavano a fiorire. Ernest se ne rattristò: – non è giusto! – Gli mancava una donna.
Stava buttando via tutti gli anni della propria vita in cambio di latte, lana, legna, vino e arrosti: – dammi soltanto una donna – bisbigliò Ernest alla mucca Caterina.
– Dammi solo questo, e tutto il resto si aggiusterà. Un uomo a volte non ce la fa più, no?
Ernest chinò la testa tra le mani, se si lamentava aveva le sue buone ragioni, sospirò di nuovo: – non faccio che lavorare!
– Mu’ – fece la mucca.
– E che ne diresti se semplicemente me ne andassi!
– Rimani Ernest! – protestò la mucca.
Ernest scostò le mani dagli occhi; la mucca Caterina era diventata una donna, bellissima. Ernest cercò di darsi un’aria spavalda.
– Ciao grassona! – disse.
– Torello mio che aspetti?
Ernest si svegliò; in quel punto del sogno si svegliava sempre.
Uscì dal letto. Aprì l’armadio e tirò fuori l’abito della domenica. Andò in bagno, si sciacquò la faccia, si spazzolò i denti, si rase la barba, si tagliò i peli dal naso, si tolse lo sporco sotto le unghie e indossò l’abito della domenica. Prese il vialetto stretto tra i campi e i prati. Seguì il sentiero, attraversò il bosco e raggiunse la strada che entrava nel paese.
Camminò per una buona ora.
Ernest era alto, biondo e bello. I suoi animali gli volevano bene. Non era facile resistergli.
Si fece coraggio; entrò dal macellaio.
– Giorno – disse.
– Salve Ernest, qual buon vento ti porta? – disse il macellaio.
– Senti Hans, sono venuto a chiedere la mano di tua figlia.
– Brighitte?
– No Caterina.
– Caterina è pazza. Sei sicuro di volerla?
– Sì, Caterina mi piace. Mi appare spesso in sogno.
– Sei pazzo quanto lei, Ernest.
– Forse. Non riesco più a vivere solo.
– Eppure hai una gran fortuna.
– HAAANS – gridò la moglie da qualche parte dal retro della bottega.
– Cristo! Vedi Ernest. Una donna è proprio la peggiore disgrazia che ti possa capitare, figlio mio.
– Voglio sposare tua figlia, Hans!
– HANS MALEDIZIONE VUOI RISPONDERE! – continuò la moglie.
– UN MOMENTO SOLO, per dio! – gridò Hans.
– Allora Hans? – chiese Ernest.
– Come vuoi – disse Hans – portatela pure via. Sai dove trovarla.
– Grazie.
– Bene.
– A presto.
– Già.
– HAAANS!
Ernest uscì. Allungò il passo e arrivò alla chiesa. Aprì il portone ed entrò. I banchi erano tutti ugualmente allineati e attraversavano da parte a parte tutta la navata centrale. Vide Caterina seduta al primo banco sulla sinistra, vicino la statua della madonna. Si avvicinò.
– Caterina.
Caterina aveva gli occhi blu splendenti di carità. Lo guardò e gli sorrise.
– Ho il cuore più caldo e più ricco di ogni altro – disse Ernest.
Caterina continuò a sorridere.
– E più di ogni altro ti voglio amare.
Caterina sorrise ancora.
– Sei bella.
– Anche tu sei bello.
– Ti voglio sposare.
– Lo so – disse Caterina.
– Vuoi sposarmi Caterina?
– Non posso.
– Ti chiedo se vuoi sposarmi.
– Sì.
– Che cosa ti impedisce di sposarmi?
– Amo un altro.
– Gesù Bambino?
– Sì. Gesù Bambino.
– E stato lui a dirti di non sposarti?
– No.
– Chi allora?
– Nessuno. Amo Gesù bambino e voglio stare sempre vicino a lui.
Ernest avanzò di qualche passo e si avvicinò alla statua. La madonna teneva in braccio Gesù Bambino. Gesù Bambino sorrideva radioso. Le sue piccole mani erano alzate in avanti e fu facile per Ernest afferrarlo sotto le braccine e staccarlo da Maria.
– Vieni – disse a Caterina – lo portiamo a casa.
Allungarono per un sentiero evitando la strada del paese. Nessuno li vide.

S’incamminarono attraverso il bosco e arrivarono alla fattoria.
Caterina era ancora più bella con Gesù Bambino fra le braccia. Nessuno avrebbe mai potuto avere un’espressione tanto felice e buona come Caterina in quel momento, e Ernest si sentiva invadere da un’ondata di tenerezza, guardandoli. Li condusse e li sistemò nel fienile. Portò della frutta, del pane e dell’arrosto che gli era rimasto. Poi costruì un giaciglio nella paglia; per tutto quel giorno e per tutta quella notte rimase assieme con loro sul fieno.

Nel paese intanto il parroco scoprì il rapimento di Gesù Bambino.
Si recò subito dal macellaio Hans:
– Dio sia misericordioso – disse.
– Signor Parroco! Qual brutto vento ti porta? disse il macellaio.
– Senti Hans non c’è più Gesù Bambino – disse il parroco.
– L’ho sempre saputo – rispose il macellaio.
– Intendo la nostra statua della Madonna con Gesù Bambino. Qualcuno ha rubato Gesù Bambino!
– Questa poi!
Il prete si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto e incominciò a stropicciarlo:
– Forse Caterina ne sa qualcosa…
– Caterina è pazza. Cosa vuoi che ne sappia lei? – disse Hans.
– Ma forse ha visto qualcosa!
– Lei è pazzo; quanto Caterina. Le uniche cose che Caterina vede sono gli angeli.
– Vorrei poterle parlare Hans, per Gesù!
– HAAANS – gridò la moglie da qualche parte dal retro della bottega.
– Cristo! Senta Signor Parroco. A parte mia moglie, Caterina è stata la peggiore disgrazia che mi sia capitata.
– Voglio parlare con tua figlia Caterina – insistette il parroco.
– HANS MALEDIZIONE VUOI RISPONDERE!
– Allora Hans?
– Come vuole – disse Hans – MATILDE! VIENI QUI! C’È IL PARROCO! – gridò.
– Grazie – disse il parroco.
– Bene.
Matilde. Arrivò con le mani e il grembiule macchiato di sangue. Era grossa e rotonda come una botte:
– Buongiorno Signor Parroco. Qual buon vento la porta?
– Qualcuno ha rubato Gesù Bambino! – ripeté il parroco.
– Questa poi!
– Forse Caterina ne sa qualcosa.
– Caterina è pazza. Cosa vuoi che ne sappia lei?
– Ma forse ha visto qualcosa. Vorrei parlarle.
– Non è in chiesa? – domandò Matilde.
– Ecco perché sono qui, Caterina non è in chiesa.
– Gesù! E dove sarà mai? Matilde si portò le mani sui capelli.
– Non lo sa?
– HANS! SAI DOVE È TUA FIGLIA?
– Non strillare così, gesù cristo!
– CATERINA CATERINA. BRIGHITTE!
Matilde lasciò il parroco e Hans nella bottega. La sentirono salire pesantemente le scale della casa. Tutto scricchiolava:
– CATERINA. BRIGHITTE BRIGHITTE!
– È meglio che se ne vada adesso – disse Hans al parroco – me l’ha combinata grossa. Appena troviamo Caterina glielo facciamo sapere.
– Mi faccia questa cortesia.
– Bene.
– Dio sia...
– HAAANS!

Hans arrivò alla fattoria di Ernest. Era mattino presto e tutto intorno era grigio. Andò a bussare alla porta della casa. Aspettò. Bussò ancora. Niente.
– Cosa c’è? – sentì dietro di lui la voce di Ernest.
Hans si girò e vide Ernest in piedi davanti il portone del fienile.
– Come sta Caterina? – chiese Hans.
– È felice. È bella come un angelo.
– Vivete nel fienile?
– Sì.
– Il parroco del villaggio ha messo sotto sopra il paese.
– Gesù Bambino dovrà stare ancora un po’ con noi.
– Certo certo.
– Pensi che dovremmo partire? – chiese Ernest.
– No, no. Non credo che verranno a cercarlo qui.
– Mi serve solo un po’ di tempo. Poi la cosa sarà sistemata.
– Capisco.
– Bene.
– Sei una persona in gamba Ernest.
– Anche tu Hans.
– Fate i bravi. Addio.
– Addio Hans.
Proprio in quell’istante ecco che il sole apparve sopra gli alberi, e fece cadere i suoi raggi sulla grossa testa pelata di Hans. Hans si girò ancora una volta, salutò con un cenno della mano e s’incamminò lungo il vialetto stretto tra i campi e i prati.

Nove mesi dopo alla vigilia di Natale Gesù Bambino ritornò fra le braccia della Madonna




L'ANGELO MANDATO DA DIO

L'angelo sbatacchiò le ampie ali fecendole diventare piccole piccole. Poi dalla borsa estrasse una maglietta, se la infilò e uscì dal vicolo cieco; girò l'angolo dell'edificio ed entrò nella casa. Salì quattro pianerottoli - non amava gli ascensori - e bussò alla porta numero 666.
"(Bestemmia), chi è?" gridò il diavolo.
"Sono Gabriele."
"E chi ti conosce! smamma!"
"Sono stato mandato da Dio. Apri, maledizione."
"Lasciami in pace, pennuto!"
L'angelo sospirò. Si guardò in giro, poi attraversò la porta.
"Che tu lo voglia o no dovrai ascoltarmi," disse l'angelo.
Il diavolo era sdraiato mollemente sui cuscini del divano e aveva i piedi dentro una bacinella d'acqua fumante.
"Se non altro poteva venire Giovanna d'Arco, no?"
"Dio chiede che tu gli sbrighi un'ultima faccenda."
"Ma se sono secoli che non fa altro."
"Questa volta manterrà la sua parola. È l'ultimo tuo lavoro."
"Stronzate! adesso sparisci. Dovevo immaginarmelo che si trattava della solita solfa. E poi sono ammalato. Sono pieno di catarro," tirò su col naso, si schiarì la laringe e sputò nella bacinella, "appena muovo la testa mi sembra di impazzire."
"Senti," insistette l'angelo, "hai mai sentito parlare della bomba atomica?"
"Che cazzo vuole ancora?"
"Una cosa facile. Devi farla brillare sopra Manhattan."
"Qui ci abito io. Perché proprio Manhattan, dannazione."
"Ha perso ai dadi."
"Cristo, chi?"
"Dio."
"Non ha mai saputo lanciarli i dadi! Contro chi ci si è messo questa volta?"
"Contro il tuo capo, Lucifero."
"Quel pappa molle."
"Per favore non di fronte a me!"
"Lucifero, intendo."
"Bene."
"Però, Dio che perde ai dadi contro Lucifero..."
"Ormai è andata così. Non pensarci su. Devi fare saltare Manhattan."
"Prendo ordini solo da Lucifero. Falla saltare tu Manhattan se ci tieni tanto."
"Sai che noi angeli non possiamo fare cose del genere."
"Cazzi vostri."
"Vuoi che vada a riferirlo a Lucifero?"
"Mi hai capito bene. Prendo ordini solo da lui."
"S'incazzerà."
"E che s'incazzi."
"Io ti ho avvertito."
"Bene. Va al diavolo allora."

Due settimane dopo un raggio di luce svegliò il diavolo. Durò solo qualche istante. Poi sentì una voce.
"Svegliati!"
Il diavolo si stropicciò gli occhi. Una creatura di giovanile bellezza lo stava fissando.
"Che mi venga un colpo!"
"Sono Lucifero."
"Salve capo."
"Dio ha perso ai dadi. Voglio che Manhattan salti per aria."
"Sì, sì."
"Posso contare su di te?"
"Ma certo capo. Adesso mi sento meglio. Appena fa giorno mi metto al lavoro."
"Sono le due e un quarto del pomeriggio, pirla."
"Va bene, va bene. Dammi solo un po' di tempo e sistemo la faccenda."

Non capiva perché Lucifero volesse distruggere Manhattan. Aveva lavorato bene in questa città. Lucifero ne era molto fiero e spesso se ne vantava con Dio. È impazzito, pensò. Balzò fuori dal letto, si vestì, prese l'ascensore. Uscì. Attraversò la strada e entrò in un Caffè. Ordinò cioccolata calda, succo d'arancio, uova, patate e pancetta. La cameriera gli portò la colazione.
"Senti Susi," le disse il diavolo, "siediti un po' con me, ti voglio parlare."
"Cosa c'è Lucio?" gli chiese Susi.
"Credi in Dio, tu?"
"Ma che c'è Lucio, stai poco bene?"
"No, no, è che ultimamente sono un po' depresso."
"Non fai che dormire tutto il giorno. Proprio non riesco a capire come fai a campare."
"Credi in Dio? Non so, a Lucifero, al diavolo, insomma credi che Dio giochi a dadi con Lucifero?"
"Sì."
"Sì?"
"E cosa altro pensi che facciano?" continuò Susi.
"Beh, potrebbero fare tante altre cose."
"Per esempio?"
"Decidere di far saltare in aria Manhattan."
"No questo non lo credo."
"E perché?"
"Sono troppo occupati con i dadi, insomma Lucio, che ti prende?"
"No, no, ascolta..."
"Scusami," lo interruppe Susi.
Susi si alzò e s'infilò tra i tavolini; a Lucio piaceva guardare Susi: gli piaceva il suo corpo e ancor di più gli piaceva come muoveva quel corpo. Era la creatura più bella di ogni altra creatura che avesse conosciuto. Per Susi, Lucio aveva trascurato un po' il suo lavoro. Questo era vero. Ma la sua vita gli sembrava migliore. Era addirittura ringiovanito. Non si sentiva più un povero diavolo come prima. Erano anni che voleva ritornare nell'inferno e prendersi un po' di riposo. Ora, grazie a Susi, preferiva rimanerle vicino. Ogni sera Susi saliva da lui. Lucio aveva anche iniziato a pulire l'appartamento. Susi arrivava sempre con qualcosa. Con delle bistecche per esempio, e lui le cucinava. Apriva una bottiglia di vino rosso sul divano, poi andavano nella stanza da letto e facevano all'amore. Quella sera poi aveva anche intenzione di offrirle un anello. Lo aveva trovato dentro una borsetta scippata pochi giorni prima. Insomma, si sentiva in paradiso. Susi ritornò al tavolo. Si chinò in avanti e sorrise.
"Sai che sei proprio matto."
"Senti Susi. Se giocano a dadi vuole dire anche che magari scommettono."
"Cristo!"
"No, Dio e Lucifero."
"E va bene. Certo qualche scommessa magari la fanno."
"Beh, allora uno dei due vorrà riscuotere la vincita."
"Beh, sì certo."
"E allora?"
"E allora cosa?"
"Far saltare in aria Manhattan, per esempio."
"Ecco che ci risiamo! Tu sei proprio matto."
"Rispondimi Susi, allora?"
"Beh, immagino che uno di loro farebbe saltare Manhattan."
"Lo vedi!"
"Ma Lucio, sono cazzi loro. Che te ne frega. Non ti sarà apparso l'angelo Gabriele, per Dio!"
"Sì."
"Sì, cosa?"
"Gabriele è venuto a trovarmi due settimane fa. Poi, questo pomeriggio è venuto Lucifero in persona."
"E cosa volevano."
"Far saltare Manhattan."
"Mannaggia! e tu cosa intendi fare?"
"Non so."
"Senti. Mangia le tue uova. Stanno diventando fredde. Questa sera salgo da te e vediamo cosa si può fare. Ti va?"
"Grazie Susi, sei un'amica."
"Figurati. Mangia ora."

Si mise a mangiare le uova. Dio, Lucifero, il paradiso, l'inferno, la bomba atomica potevano ancora aspettare, pensò.




Ridge e Maria

Nel tardo pomeriggio Ridge e Maria si incontravano di nascosto sotto un castagneto non lontano dal paese. Ridge era un ragazzo nero e Maria era una giovane bianca.
Quella sera Maria disse:
- Ah se solo tu fossi bianco Ridge.
- Lo so cara, se solo fossi bianco.
- Ah se solo io fossi nera, Ridge
- Lo so cara, se solo tu fossi nera.
Ridge baciò Maria.
- So cosa dobbiamo fare Ridge.
- Dimmi cara.
- Facciamo un figlio qui, adesso.
Ridge sorrise, e disse: - non dire sciocchezze.
- Ci sono cinquanta percento di possibilità che diventi nero Ridge.
- Il rischio è troppo alto.
- Che diventi bianco?
- Che diventi nero.
- Oh Ridge, se solo tu fossi bianco.
- Lo so cara, se solo fossi bianco.
- Ah se solo io fossi nera, Ridge
- Sì cara, se solo tu fossi nera.
Ridge baciò di nuovo Maria:
- Hai ragione Maria...
- Dimmi Ridge?

Lì vicino un fiore ancora caldo si richiudeva piano, sollevò un poco le sue foglioline del color dell'ombra e fece finta di niente.




Macio pleistocenico

L'uomo fissò lo sguardo sull'estesa superficie dell'acqua che improvvisamente si era coperta di un vivo colore rosso; commosso alzò una mano e cominciò a tracciare ampi cerchi nell'aria.
Accoccolata lì vicino una donna lo guardava. Incuriosita si avvicinò, cercò di acchiappargli la mano ma una lunga ciocca dei suoi capelli entrò nell'occhio dell'uomo facendolo lacrimare. L'uomo allora alzò l'altra mano e con l'indice si coprì l'occhio ferito.
Indispettita la donna gli morse la spalla, afferrò il dito che l'uomo teneva nell'occhio e se lo mise in bocca.
L'uomo tracciò un ultimo cerchio nell'aria, poi ammirrò gli occhi della donna, le afferrò i capelli e la tirò a sé baciando il suo dito nella bocca di lei.